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Two is meglio che one

Voglio scrivere qualcosa ma non so di cosa. Però in testa avrei due argomenti che mi frullano da qualche giorno. Cià, vediamo di riuscire a buttar giù qualcosa.

Il primo argomento, la prima idea, verte sul libro che sto leggendo in questi giorni. Premetto che ultimamente mi sto dando ai classici della letteratura dell’Ottocento, perché onestamente il 98% degli scrittori moderni mi sembrano fin troppo superficiali e scontati. E’ certo una mia opinione, ma quei libri che ho studiato al liceo, soprattutto in inglese, ora mi stanno dando molto di più rispetto al “che palle devo studiarli che poi m’interroga”. Li divoro. E quello che sto leggendo è Lo strano caso del Dottor Jekyll e di Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson. Tema centrale è ovviamente il rapporto dualistico dell’io e della parte oscura delle persone che il dottore non riesce ad accettare e lo porta al suicidio. Col suo libro Stevenson vuole dirci che non dobbiamo negare o combattere le nostre oscurità, ma che dobbiamo comprenderle e trasformarle in un punto di forza. E il bello di tutto ciò è che io queste cose le ho pensate e ci sono arrivato già da almeno un 5-6 anni. Affronto prima una questione, perché ho due punti in agenda che mi sono comparsi, che scomodità ogni volta che succede, sempre in poche parole. Il fatto di avere una parte oscura e di comprenderla e non negarla, detto brevemente, mi ha portato a capire che in realtà non esiste questa parte oscura, nel senso che non è un’altra cosa al di fuori dell’io, ma è solo una sfumatura dell’io, come se le due cose tornassero in una, come se la personalità non fosse bianca e nera, ma grigia con tutte le sue sfumature. E’ un percorso lungo e a volte doloroso accettarsi perché può succedere anche che invece che comprendere queste sfumature ci si faccia assorbire da esse. Però se non ci si indaga, se non si scende dentro se stessi, si continuiamo pure a dire che se non si scende nella propria oscurità, allora, non saprei come dirlo, perché la domanda si concluderebbe con un “come ci si evolve?”, ma sarebbe una connotazione quasi di superiorità rispetto agli altri, quindi lascio a chi legge di finire la frase. L’altro punto è che è meraviglioso come alcune persone lontane nello spazio e/o nel tempo siano in grado di giungere alle stesse opinioni, alle stesse idee, magari seguendo anche diversi percorsi. E’ solo un’osservazione, non credo ci sia altro da aggiungere, tranne che questo dovrebbe farci capire le potenzialità della mente.

Il secondo argomento potrebbe essere riassunto in una frase che mi è saltata in mente qualche giorno fa: gli uomini d’oggi sono delle prime donne con la minchia. Scusate l’eufemismo, ma era anche un momento in cui ero particolarmente istintivo. Potrei fermarmi qui, ma non posso fermare la mia domanda. Cosa sta succedendo? Perché gli uomini hanno questa sorta di insicurezza che li porta ad avere una eccessiva sicurezza (d’apparenza?) come se fossero gli uomini migliori del mondo perché loro sanno come trattare le donne, perché hanno avute tante (ma che si diva per 3 il numero, cit.), perché..boh, sono stufo di scrivere le cazzate a cui pensano. Personalmente a questi “uomini” posso dire una cosa ed è “No, non sapete trattare con le donne“. Non bisogna certo essere degli zerbini e di fare tutto quello che dicono e di accorrere e di dire sempre si, ma nemmeno di comportarsi come degli emeriti stronzi, cani che o fanno apposta a non capire o si divertono così (mi rifiuto di pensare che non abbiano la consapevolezza di quello che stanno facendo). Questi “uomini” mi fanno stancare, incazzare, stupire e chi più ne ha più ne metta perché allora io mi sento diverso, mi sento come se non appartenessi a questa epoca, perché se questi sono gli uomini d’oggi allora io sono stato teletrasportato da qualche altra epoca. E spero di non essere il solo, anzi, onestamente so di non essere il solo. Ma noi “bravi ragazzi”, luogo comune o no, siamo spesso soli e ci dicono e ci diciamo “dovremmo fare più gli stronzi“. Ma è stancante farlo, perché è stancante per me far piangere una donna. E’ molto meno stancante farla sorridere e, onestamente, sono fermamente convinto che sia uno dei migliori risultati che io possa ricevere con le mie azioni.

Con questo non che tutte le donne siano sante, anzi alcune si meriterebbero proprio quelli di cui sto sparlando, ma è un altro discorso e non mi va di affrontarlo ora. Poi è un po’ più banale di questo.

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4 risposte a “Two is meglio che one

  1. laurin42

    Direi che sono due riflessioni che nascono dallo stesso presupposto : conosci te stesso.
    Già farsi questa domanda denota un livello di coscienza, che naturalmente fa scaturire una serie di domande e di conseguenti effetti sull’approccio con la realtà.
    La realtà è ciò che tu vuoi che sia e comprende il rapporto con gli altri. Anzi il riconoscere l’altro fuori da te ed accettarlo fa nascere la coscienza del tuo esistere.
    E tu giustamente noti che questa scintilla nei più non si è ancora accesa.
    Ma questa è l’evoluzione che ci si aspetta dall’umanità, raggiungere la consapevolezza dell’ essere una parte vitale della manifestazione in continuo divenire.
    Continuiamo a riflettere sul web e se anche una sola scintilla si accenderà, ci sentiremo di aver partecipato.
    Love
    L

    • robotalex

      Beh, come rispondere non saprei, perché quello che c’era dentro il mio discorso, tolta tutta la carta delle parole l’hai centrato come una delle frecce di Robin Hood! E onestamente l’hai scritto talmente bene e chiaro che quasi mi sento stupido, che comunque non sarei mai riuscito a dirlo così bene e che necessito ancora dell’artificio di centomila parole per cercare di mettere per iscritto il frullare dei miei pensieri. Quindi ti ringrazio ancora per i tuoi commenti che potrebbero far parte del mio blog!

  2. Relativamente al primo argomento, confesso che neanche io riesco a distinguere la mia parte più chiara, evidente e conosciuta da me come dagli altri, dalla mia parte oscura e la distinzione mi riporta al grande Freud. Secondo me, e non solo secondo me, non si tratta di due parti opposte l’una all’altra, ma di due spetti che in ogni persona si condizionano a vicenda. Dovremmo “lavorare” per comprimere al massimo questa oscurità, riportandola alla coscienza e conoscendola meglio. Una specie di “lavoro da psicoanalisti”.
    Rispetto al secondo argomento, non posso negare che mi fa pensare ad una canzone di Marco Ferradini, “Teorema”.
    A me fa sorgere un dubbio: è meglio puntare su ciò che si è o su come si vorrbbe essere? Dilemma non semplice!

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