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Quella cosa chiamata giustizia

Si usa sempre il termine “malasanità”, ma meno quello di “malagiustizia“. Se da una parte abbiamo strutture ospedaliere che spesso e volentieri non garantiscono adeguate cure al paziente, portandolo in molti casi poi alla morte, dall’altra abbiamo, dal magistrato, al pubblico ministero fino all’avvocato difensore, gente che molto spesso lavora tanto per guadagnare, dimenticando forse la vocazione alla giustizia che ha accompagnato i suoi sogni di bambino.

Ma tralasciamo tutta la storia dei dottori in medicina incompetenti, raccomandati e chi più ne ha più ne metta, passando al tema in questione. “Eh ma tu ti basi solo su quello che vedi in televisione o leggi sui giornali perché non tutta la giustizia fa schifo”, leggetela tutta d’un fiato che rende l’idea magari. E di cosa dovrei parlare? Di quello che non giunge alle mie orecchie? Purtroppo quello che vedo e sento dire in giro. Sono perfettamente consapevole che non di tutta l’erba se ne fa un fascio, anzi la cosa mi rincuora anche un po’, che vuol dire che qualcuno con la passione per il proprio lavoro c’è ancora. Scusate l’alquanto stupida interruzione, ma ogni tanto tendo ad essere un po’ pignolo.

Ma perché questa malagiustizia così dilagante? Cosa spinge queste persone a fare male il proprio lavoro? Onestamente non trovo le risposte a tutti questi casi ma, al di là del fatto che si ha più passione per il guadagno che per la giustizia, secondo me ci sono dei motivi di fondo che possono essere interessanti da analizzare per cercare di capire il problema.

Il primo punto, che mi sta qui in gola e non scende, sono i periti. No, non intendo i morti (come disse una volta un mio “simpaticissimo” professore), ma le persone chiamate in causa dalle parti avverse che tra perizie e controperizie incasinano i processi in una maniera assurda, per la gioia di cara Barbara & co. (che siano loro a pagarli?). Ora, il povero magistrato di turno come fa a capirne qualcosa? A mio parere al primo appello già cerca di tirarla per le lunghe per poter scegliere una sentenza che magari vada bene anche un po’ all’opinione pubblica, scaricando poi tutta la questione alla corte d’appello che io mi chiedo come diavolo faccia a ribaltare ogni volta la sentenza di primo grado.

E qui c’è il punto due. Ammettiamo che il giudice in primo grado abbia effettivamente valutato la questione prendendo una decisione valida e assolvendo o condannando l’imputato a giusta misura, come può la corte d’appello ribaltare una sentenza? Allora sta implicitamente ammettendo che il suo collega è un mero idiota. Oppure l’idiota è lui. Già il secondo grado è, per i miei gusti, fin troppo utilizzato, ma dovrebbe comunque essere utilizzato dal momento che saltano fuori nuove prove a favore o contro l’imputato, oppure per evidenti errori giudiziari in primo grado. In ogni caso, a meno appunto di errori madornali appunto, non è possibile che una sentenza possa essere ribaltata. Lo so che vengono in mente recentissimi esempi, e quasi vien da piangere ai processi che dovranno aprirsi in questo periodo.

Al punto tre abbiamo la durata media dei processi. Che parlare di durata media sembra quasi che si intenda da un anno a una manciata di anni, invece NO. Tronchiamo subito le speranze dicendo che si va da un lustro a diverse decadi. Perché? Un po’ perché gli atti processuali sono scartoffie che si accumulano sotto altre scartoffie, un po’ perché, da quello che so, i processi si svolgono unicamente di mattina. E magari quella stessa mattina ne hanno cinque o sei. Quindi chissà quale attenzione il magistrato può dare a quel caso.

Abbiamo poi il punto quattro che riguarda la gravità delle pene, spesso contrastanti con il comune senso etico. Qua la questione si fa ambigua, perché i magistrati poi si appellano al “ma io ho solo applicato una legge esistente” che è certamente vero, ma forse non tutti sanno che le leggi non sono equazioni matematiche che osservandole si ha una sola interpretazione. Anzi una delle difficoltà nel fare il magistrato è che bisogna saperle interpretare nel migliore dei modi. La mia preoccupazione è che oltre a questo ci sia dietro la storia dell’affollamento delle carceri. Vorrei sottolineare un punto importante però, cioè che un carcere è un luogo dove scontare la propria pena per poi reintegrarsi nella società. Dante Alighieri, quando scrisse l’inferno, ha presentato i dannati in un modo che fa accapponare la pelle, spaventando gli uomini dell’epoca su ciò che li aspettava dopo una vita condotta fra i peccati. Ora, presentare le carceri come un luogo di pena (e da qui la parola penitenziario), secondo me potrebbe essere un buon deterrente. Si alle volte sono un po’ duro, ma sono stanco di sentire sempre quel tizio che non viene condannato adeguatamente e poi fuori torna a perpetrare i suoi crimini. Appellandosi poi alla giustizia divina si cerca di confortarsi nella speranza che qualcuno poi li punirà, ma, beh, diciamo solo che intanto viviamo qua e qua noi applichiamo la nostra giustizia. Poi cosa c’è dopo, è un altro discorso.

Si potrebbe continuare per ore e credo di averla fatta anche troppo lunga, ma vorrei concludere con due spunti di riflessione. Il primo riguarda il grande accanimento nei confronti di Silvio Berlusconi ad evitare che i suoi processi non vadano in prescrizione, mentre spesso e volentieri quelli contro i boss mafiosi vengono fatti decadere. E nessuno prende provvedimenti. Il secondo riguarda quel giovane che, recentemente, è stato freddato mentre era legato e cercava di difendere la sua ragazza. I due aguzzini sappiamo già tutti come saranno condannati, se li prenderanno, ma se le cose fossero andate diverse e quel ragazzo avesse avuto la possibilità di avere in mano una pistola? Ora sarebbe già in carcere per chissà quanti anni. Non parlo certo di farsi giustizia privata, però…

Probabilmente non avrò usato la corretta terminologia e qualcosa forse non sarà propriamente giusto, ma io sono solo un misero cittadino che cerca di capirci qualcosa. Se poi qualcuno è così gentile di confortarmi e darmi qualche speranza spiegandomi meglio la situazione, allora lo ringrazierò. Certo che tra ospedali e tribunali oggi è un colpo di fortuna uscirne.

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