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L’incontro

Ho scritto questo racconto qualche mese fa, periodo in cui ero veramente intrippato per la fantascienza (come se già non mi piacesse), ispirandomi un po’ a film come Event Horizon (non ricordo il titolo italiano perché credo che quello originale sia migliaia di volte migliore), e alla fantascienza di Asimov, mio autore preferito, che è quella fantascienza non violenta, semplicemente perché tende ad essere realistica di fronte agli avvenimenti immaginati dall’autore. Spero che possa piacere, chiunque lo legga. Quindi, buona lettura! Si intitola L’incontro

La nave comparve improvvisamente in quel silenzio assoluto. Era lunga circa cento metri senza essere aerodinamica, inutile nel cosmo, novanta dei quali erano occupati dal potentissimo motore della nave che permetteva d’incurvare lo spazio a tal punto da unire due punti infinitamente distanti. Durante il volo ordinario era un motore a fusione nucleare, che sfruttava l’immenso potere di un piccolo Sole per far muovere la nave a seicento milioni di chilometri al giorno, facendola spostare molto rapidamente in un sistema solare, ma quando doveva utilizzare l’iperspazio, per viaggiare fra quelle immense distanze interstellari, incurvava lo spazio ordinario. Ecco che dei fortissimi campi energetici facevano collassare la stella artificiale, un anello di plasma con una temperatura di milioni di gradi, fino quasi ad avere un mini buco nero che, attraverso il suo orizzonte degli eventi e all’intensissima gravità prodottasi, permetteva alla nave di compiere il “balzo iperspaziale”. Una volta raggiunta la meta voluta, i campi sparivano e, come una molla, ritornava ad esserci la piccola stella. Il tutto in meno del battito di una palpebra.

L’iperspazio era come un miracolo che finalmente permetteva i viaggi interstellari, permettendo l’espansione di una civiltà ormai sull’orlo del collasso, che era riuscita a sopravvivere solo attingendo alle risorse del suo sistema solare, dopo aver già esaurito quelle del Pianeta. Ma per quanti secoli ancora si sarebbe potuta scrivere ancora la storia in questa direzione? Finalmente la scienza diede la soluzione, sviluppando la tecnologia che riusciva ad appropriarsi dell’iperspazio. Come spesso accade una nuova scoperta scientifica di tale calibro attrae persone con scopi guerrafondai, apparenti o meno. Era accaduto per la fissione nucleare secoli addietro, con conseguenze spaventose per il Pianeta, o per il laser e il plasma, entrambi utilizzati nel campo degli armamenti. L’elenco potrebbe andare avanti per settimane, ma la tecnologia dell’iperspazio, fortunatamente, non fu sfruttata per tali scopi. Sarà stata la situazione critica della civiltà che ha unito la popolazione, ma sta di fatto che tutti gli sforzi furono sfruttati per il benevolo progresso scientifico e della specie, invece che autodistruggerla.

Così, circa cinquant’anni prima, cinquantatre e sette mesi per l’esattezza, fu effettuato il primo esperimento di viaggio iperspaziale, trasferendo una sfera di acciaio del peso di un chilogrammo dal Pianeta fino alla prima base lunare. Fu un successo e la teoria su cui si basava sembrava solidissima. O almeno lo era fino all’esperimento con un essere vivente, una persona della quale non si ebbe più traccia, dispersa e irrecuperabile nei meandri dello spazio-tempo. Sembrava che questo sogno rimanesse tale, ma la scienza, o forse sarebbe meglio dire l’intelligenza delle persone che lavorarono al progetto, lo resero concreto proprio un mattino.

Ed eccola lì la nave, frutto delle ricerche e fulgore della tecnologia e speranza della civiltà, che, scivolava sull’orlo di una nube composta da miliardi di pezzi di roccia e ghiaccio  spessa circa un anno luce, iniziando a sentire l’influenza della stella al centro di questo sistema abitato da un’altra razza.

 

La civiltà. Anzi, un’altra civiltà, aliena, che avrebbe rivoluzionato i concetti della propria. È strano come una cosa del genere sarebbe stata così tanto sconvolgente, del resto c’è così tanto spazio in quell’immenso universo che sarebbe stato molto più strano pensare di essere l’unica specie intelligente dell’intero cosmo.

La nave aveva captato i segnali di questa civiltà circa 4 anni luce dal sistema, all’uscita da un balzo nei pressi di una particolare nana rossa con un’intensa attività solare, dovuta soprattutto ai brillamenti. Data la particolarità della stella era stata appunto scelta, dagli astronomi che avevano pianificato il viaggio, come meta di un balzo per essere studiata, anche se non avrebbe avuto alcun interesse alla sopravvivenza della specie, ma la curiosità ebbe comunque il sopravvento. Tuttavia le conseguenze di quella scelta non erano state nemmeno lontanamente previste.

I segnali sembravano essere una sorta di qualche trasmissione, anche se fra di essi non c e n’era nessuno che avrebbe potuto indicare un tentativo di mettersi in contatto con qualche altra civiltà, come un codice per dire “siamo qui”, ma senza dubbio erano di una civiltà intelligente. Che li avessero inviati anni fa e avessero perso le speranze?

La nave rimase in orbita attorno alla nana (ad una distanza di sicurezza s’intende) diversi mesi a captare questi segnali e, una volta confrontati i dati, ci fu parecchio stupore a bordo nel constatare che le due civiltà si assomigliavano parecchio. Entrambe a base di carbonio e sfruttavano l’ossigeno per le reazioni metaboliche, entrambe non erano né completamente malvagie, né buone, tuttavia questo ha portato a svariati conflitti interni, come nella sua, ed entrambe avevano sfruttato al massimo il proprio pianeta, appropriandosi quindi di tutte le risorse disponibili del loro sistema solare. Certo che solo per caso sarebbe potuta avvenire una scoperta del genere, perché le probabilità di trovare una civiltà così simile alla propria erano davvero esigue. In ogni caso non sembrava avessero scoperto il volo iperspaziale, in quanto certamente avrebbero iniziato a mettere dei satelliti intorno alla nana rossa che, stando ai rilevamenti compiuti dalla nave stessa, era la stella più vicina. O per lo meno così avrebbe fatto la sua civiltà. Forse non erano del tutto così uguali.

Si trovava lì davanti a quell’anno luce di rocce e ghiaccio, ci sarebbero voluti diecimila anni ad attraversarlo tutto con la normale propulsione a fusione, tempo in cui la civiltà, o addirittura entrambe, avrebbero potuto estinguersi. Affrontare balzi attraverso un oggetto non era ancora stato studiato a fondo, ma in linea teorica non avrebbe dovuto essere pericoloso. Unire due punti lontani dello spazio significava escludere tutto quello che c’era in mezzo, ma la parte più difficile era scegliere il secondo punto. Bisognava avere un’ottima conoscenza del luogo dove si voleva arrivare, o per lo meno delle carte stellari dettagliate, cosa che non era al momento disponibile ovviamente, senza sbucare troppo vicini, o addirittura dentro, ad una stella o un pianeta troppo massiccio, o in mezzo ad un campo di asteroidi. Anche perché effettuare immediatamente un altro balzo successivo ad un primo avrebbe rischiato di far completamente collassare il reattore producendo un buco nero vero e proprio, con disastrose conseguenze per la nave, che nel migliore dei casi non sarebbe più uscita da nessuna parte persa chissà dove, come quel pover’uomo del primo esperimento, che il Creatore, se esisteva, avesse misericordia di lui, e per il sistema solare che col tempo sarebbe stato distrutto.

Inoltre c’era l’effetto sorpresa. Farsi notare da subito avrebbe forse precluso la missione, in quanto la reazione della razza aliena avrebbe potuto non essere propriamente amichevole e avrebbero potuto appropriarsi della sua tecnologia, che in tal caso non sarebbe stato un bene per la sua specie. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio insomma.

Dove uscire dal balzo allora? Dalle trasmissioni captate (e che ancora la nave captava) era riuscito ad ottenere una carta della posizione di tutti i corpi e, dato che nell’universo vigeva una ed una sola legge gravitazionale, era possibile prevederne la posizione.

Dai dati risultava che la provenienza della radiazione elettromagnetica, segno di una civiltà intelligente, non giungeva da oltre il sesto pianeta del sistema, un gigante gassoso, quindi arrivare lì agli estremi avrebbe potuto significare essere troppo lontani e dare una maggiore possibilità di reazione, con l’impedimento a proseguire, anche se con un successivo balzo avrebbe potuto avvicinarsi di più, ma anche la sua specie l’avrebbe preso come un atto di guerra. Arrivare subito nei pressi del terzo pianeta, quello che emetteva una maggior quantità di onde elettromagnetiche, non se ne parlava nemmeno. L’avrebbero preso come una violazione diretta del loro spazio più intimo, dove si sentivano più al sicuro.

Eppure doveva avvicinarsi, almeno per poterli studiare, per poter comunicare con loro senza spaventarli. Del resto era solo una nave, anzi, una piccola nave spaziale senza armamenti. Se avessero voluto conquistarli avrebbero mandato un’intera flotta di navi iperspaziali armate di tutto punto e pronte a sfruttare l’effetto sorpresa.

No, avrebbe dovuto tentar lo stesso di avvicinarsi. Si sarebbe immesso in orbita col suo satellite (altra somiglianza) e da lì avrebbe scritto il primo capitolo di una nuova era, per entrambi.

 

I calcoli erano davvero complessi per un sistema solare con così tanti corpi che deformavano lo spazio. È vero che unendo due punti si può escludere la materia in mezzo, ma a parte gli asteroidi che hanno una rilevanza infinitesima e corpi sparsi e molto distanzi, come le stelle, che mantengono mediamente il tessuto spazio-temporale uniforme, eseguire un balzo dentro un sistema solare rende i calcoli una vera sfida. Anche per un computer come lui, la nave.

Già, anche se per un essere vivente non era più rischioso eseguire un balzo iperspaziale era stato deciso che, per quella prima missione, non era ancora sicuro inviare un essere vivente nella galassia a fare l’esploratore. Certo c’erano tutte le implicazione psicologiche di essere completamente soli nella solitudine più totale, e il dover creare una nave più grande per tutte le scorte di viveri possibili, ma anche il computer aveva una personalità no? Non certo una artificiale s’intende. I vecchi computer con una personalità artificiale non sarebbero stati abbastanza creativi per prendere una decisione come quella che aveva preso lui, ovvero studiare e prendere contato con una civiltà e azzardarsi a entrare nell’orbita del suo satellite.

I computer della sua generazione, ovvero lui e un altro che era servito proprio per la progettazione della nave, sfruttavano la teoria della trascrizione della personalità di un individuo biologico, entro circuiti così complessi e piccoli, che la materia al loro interno andava al limite del principio di indeterminazione. Se vogliamo dirla tutta era più un successore che un contemporaneo al suo creatore, e la sua personalità era quella del capo del progetto “iperspazio”, quella magnifica mente che aveva guidato la sua specie oltre le porte del cielo.

In ogni caso lui non si annoiava in tutto quel silenzio. Che fosse stato progettato per essere curioso o meno, era il primo a vedere cose che tutti avevano solo visto da lontano, come fermi immagini di un passato lontanissimo. Lui invece le vedeva da vicino, in tempo reale e poteva andare dove voleva. Certo i suoi ordini di trovare un pianeta abitabile gli impedivano di scorrazzare qua e là per le galassie fregandosene dei suoi creatori, ma era comunque un buon compromesso. Chissà cosa dicevano di lui e se sarebbe stato un eroe. Certo che con le notizie che avrebbe portato un computer eroe sarebbe stato un nulla al confronto.

Un piccolo pensiero balzò nella sua mente, come se fosse giunto attraverso l’iperspazio da un’altra galassia.

Aveva un’anima?

Pensava. Era. Dunque perché non poteva essere vivo? Avrebbe vissuto in eterno o, finito il suo utilizzo, la sua anima sarebbe andata in quel paradiso, di cui gli avevano trasmesso nei dati della sua cultura? Perché non poteva essere considerato un essere vivente poi? È vero, lui non mangiava, non respirava e tanto meno si riproduceva tramite l’unione con un suo simile, ma avrebbe potuto crearne un altro. Già solo il pensare di “creare” non faceva di lui un essere intelligente e non una fredda macchina?

Non desiderava certo un compagno, si sentiva estremamente completo da solo, ma anche questo non faceva di lui un’esistenza? Provava delle emozioni, come ad esempio l’affetto verso tutti quelli che l’avevano creato.

Però fin’ora aveva solo provato quelli che sapeva essere “buoni” sentimenti. Anche verso la nuova civiltà non nutriva altro che una buona speranza nel vedere le due popolazioni stringere felici accordi per un roseo futuro. Ma cosa sarebbe successo se questa civiltà aliena avrebbe fatto del male, come dichiarare guerra, alla sua? Fra i suoi circuiti c’era l’impedire che la sua civiltà di origine subisse un danno di qualunque tipo. Avrebbe poi voluto arrecare un danno agli alieni? Erano essere viventi come la sua specie, come lui (?), non poteva certo fare questo. Forse doveva andarsene e non entrare mai in contatto con quei potenziali distruttori.

Ma ciò non voleva dire condannare anche la sua specie? Quante possibilità c’erano di trovare un altro sistema abitabile senza un’altra civiltà? Ora, alla luce del risultato di un calcolo statistico, sembrava più improbabile trovarne uno vergine che uno senza civiltà. Se ciò non fosse stato comunque vero, avrebbe potuto anche aspettare che sviluppassero di più la tecnologia per mettere gli esodi verso mondi rocciosi, ricchi di minerali, certo, ma pur sempre vuoti, senza comunque l’assicurazione che la razza di questo sistema solare avrebbe a sua volta scoperto il viaggio iperspaziale e iniziato a colonizzare una galassia, rendendola un campo da battaglia.

Per quanto potesse sembrare una soluzione senza via d’uscita, il contatto sarebbe stata l’opzione che meno l’avrebbe fatto soffrire, cioè quello che i fra i suoi circuiti sentiva essere descrivibile con il concetto di sofferenza, sapendo di aver agito per il bene della sua specie. Un altro computer sarebbe sicuramente andato in blocco di fronte a tutte queste implicazioni morali. Era per questo che avevano costruito lui? Erano stati davvero così lungimiranti? L’avrebbe domandato al suo ritorno.

 

La stella incandescente sottoforma di un anello di plasma confinato nel campo magnetico aveva cominciato a rimpicciolirsi lentamente, divenendo via via sempre più intenso. Gli oggetti e le apparecchiature distinguibili nell’intensa luce divenivano sempre più curvi. Il sistema di raffreddamento della strumentazione pompava il fluido a più non posso per evitare un surriscaldamento della zona motori, mentre disperdeva il calore accumulato facendo correre le condotte quasi in contatto con il gelo siderale dello spazio. All’interno della camera del motore quasi non si vedeva più nulla per l’intensissima luce e l’energia e la materia avevano deformato lo spazio intorno a loro in maniera quasi irriconoscibile, dando alla nave la forma di una spirale con il centro nella zona motori.

E poi scomparve, per riapparire nello stesso istante nei pressi di una bellissima falce azzurra, striata di un soffice bianco, con la parte in ombra costellata da piccole stelle che formavano le città. Non c’erano trasmissioni che rendevano giustizia allo spettacolo di un pianeta abitato da un’altra civiltà in fermento.

Non era esattamente nel punto calcolato, si era aspettato questo risultato, ma fu anche compiaciuto del risultato ottenuto: dalla posizione calcolata distava solo dodici metri e il suo cronometri gli diceva che era tornato indietro solo di tre secondi (le implicazioni del viaggio iperspaziale sfruttando l’energia di un quasi buco nero erano anche di carattere temporale, e unendo i due lembi dello spazio incurvato si rischiava di sovrapporlo andando indietro nel tempo, anche se in ogni caso non più di qualche ora, date le energie non così enormi in gioco).

Fu riportato alla realtà solo dalle radiazioni elettromagnetiche che avevano preso a studiarlo all’impazzata, provenienti da una nube di satelliti intorno al pianeta e al suo satellite. Così iniziò a scrivere in un codice che aveva imparato mesi prima dalle trasmissioni provenienti dalla civiltà aliena, composto da due elementi che combinati in vari modi sembravano formare un linguaggio:

“Salve popolo della Terra. Vengo in pace.”

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